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  • Consulenti indipendenti: Albo entro la fine dell’anno

    <p>Anche l&rsquo;associazione di categoria dei professionisti e delle societ&agrave; di consulenza finanziaria indipendente (Nafop) &egrave; stata chiamata a far parte del Gruppo di lavoro &ldquo;avente il compito di approfondire le tematiche organizzative, operative ed economico-finanziarie inerenti le fasi di impianto e di funzionamento a regime dell&rsquo;Organismo&rdquo;...</p> <p>Leggi di pi&ugrave; a http://notizie.efinancialcareers.it/newsandviews_item/newsItemId-27681</p>
    Collette Mosca | 17.08.2010 | Finanza | Articoli
  • Volcker Rule: tanto rumore per poco

    <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">Tra le diverse soluzioni che hanno caratterizzato le modifiche alle regole della finanza americana, attenzione e curiosit&agrave; sono&nbsp;suscitate dalla Volcker Rule, soluzione per la quale un intermediario deve astenersi dallo svolgere operazioni rischiose se non su richiesta della propria clientela. Ci&ograve; significa che le banche non possono decidere di traslare a quest&rsquo;ultima il rischio delle operazioni in proprio, strategia operativa che ha assunto un peso sempre pi&ugrave; crescente negli ultimi anni. La tendenza citata &egrave; contraria a quanto suggerito dalla tecnica bancaria tradizionale, in accordo alla quale la banca (quella commerciale soprattutto) nasce per assorbire, nella funzione creditizia, i rischi, separando i soggetti deboli dal contatto diretto con i debitori, rischiosi o meno che siano, con i quali lei negozia. Cartolarizzazioni, costruzioni strutturate e derivative su strumenti in portafoglio e polizze linked a strumenti complessi, costituiscono il peccato o la deviazione cui la Volcker Rule si proponeva quale dantesco contrappasso per evitare un nuovo incubo da &ldquo;salsicce&rdquo; finanziarie.</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">&nbsp;</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">Precisato che l&rsquo;onerosit&agrave; della Rule risulta attenuata nella versione finanle del Dodd-Frank Act, sarebbe interessante discutere e valutare se possa costituire un buon profilo di regolazione anche sul mercato italiano e/o comunitario.</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">L&rsquo;Unione Europea aveva peraltro contestato tale proposta fin dalla sua proposizione nel gennaio 2010. Ci&ograve; anche considerando le situazioni in cui Stati e Governi sono dovuti intervenire per salvare le Banche con struttura danneggiata dagli effetti della crisi. La regola originaria vietava alle banche di assumere posizioni non congrue con la loro natura risk adverse, impedendo anche alle loro holding di partecipare hedge funds e di private equit&agrave;.</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">&nbsp;</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">Il dibattito parlamentare ed il peso delle lobbies americane, definito dall&rsquo;Economist un piagnucolio (whimper), ha invertito la logica della previsione individuando nel 3% il peso massimo sull&rsquo;attivo dei rischi incongrui assumibili dalle banche dopo la riforma. Si pu&ograve; quindi parlare di preferenza finale per la congruit&agrave; ed il matching tra caratteristiche di attivo e passivo.</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">&nbsp;</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">Ne emerge una versione ammorbidita a testimonianza di una tendenza quindi non solo italiana nella definizione delle regole a livello legislativo! Inoltre, la norma prevede un periodo di 7 anni per il raggiungimento del nuovo vincolo. Obiettivo della proposta era ed &egrave; quello di obbligare gli intermediari a condividere i rischi che trasmettono alla clientela.</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">&nbsp;</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">Qualcuno potrebbe suggerire per converso l&rsquo;ipotesi opposta di imporre alle banche di detenere come vincolo quote di obbligazioni, polizze strutturate e strumenti derivati che offrono alla clientela (in linea con quanto gi&agrave; previsto in Italia con il Dlgs 262/2005, la Legge sul Risparmio).</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">&nbsp;</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">In realt&agrave; l&rsquo;addossamento sulla clientela di strumenti finanziari rischiosi &egrave; scelta all&rsquo;origine della situazione attuale di difficolt&agrave;.</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">&nbsp;</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">Il processo attuale &egrave; quello inverso, con le banche che acquistano strumenti o confidando o sapendo di potersene liberare anche attraverso la vendita alla clientela. La soluzione finale della disciplina americana potrebbe risultare inutile sancendo addirittura la facolt&agrave; in luogo che penalizzarne il ricorso.</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">&nbsp;</p> <p class="MsoNormal" style="margin-bottom:0cm;margin-bottom:.0001pt;line-height: normal;background:white">Resta peraltro il principio che le banche che raccolgono il risparmio e hanno quindi la tutela dello Stato non possono rischiare con operazioni in proprio, oltre una certa misura, sui mercati speculativi. Tale regola non &egrave; peraltro sufficiente a frenare i comportamenti bancari sotto accusa. E&rsquo; uno strumento non la soluzione. Tuttavia, come ha provocatoriamente affermato lo stesso Volcker, &ldquo;se le istituzioni saranno lasciate libere di speculare, io forse non vedr&ograve; la prossima crisi (ha 82 anni), ma &egrave; certo che la mia anima torner&agrave; a tormentarvi&rdquo;. Un&rsquo;affermazione che non depone a favore della banca &ldquo;antipatica&rdquo; della quale abbiamo gi&agrave; accennato in altra nota.</p>
    Giuseppe Guglielmo Santorsola | 06.08.2010 | Finanza | Articoli
  • Authorities di supervisione in movimento lento

    <p>Entro la fine dell'anno le principali Authorities italiane di vigilanza e regolamentazione del settore finanziario sono attese ad importanti decisioni interne che incideranno anche sulla loro operativit&agrave;. La Consob &egrave; al cambiamento della sua Presidenza, la Banca d'Italia vede per la prima volta giungere il termine del mandato del suo Governatore, mentre Isvap e Covip restano in discussione quali entit&agrave; autonome, anche se la tensione al riguardo appare al momento sottaciuta rispetto al passato. E' utile peraltro ricordare il caso inglese, caratterizzato da Autorit&agrave; unica (FSA), ove si sta discutendo invece (in contrasto con la tendenza comunitaria) la sua sostituzione con soggetti specializzati per tipologia di intermediari. Per &nbsp;contrasto, nel caso statunitense, FED e SEC hanno avuto modo di rivendicare meriti ed addossare colpe nell'ambito della crisi originata nel 2007. Non esiste una soluzione ottimale di tipo organizzativo, quanto &egrave; indispensabile avere competenze molto sofisticate e capacit&agrave; di innovare schemi e regole. A livello comunitario sono ormai costanti gli interventi di CEBS, CESR, CEIOPS, i tre Committee che coordinano le Authority bancarie, finanziarie ed assicurative. Le loro determinazioni influenzano l'armonizzazione tra i singoli paesi, mentre il FSB e la BIS, tramite il Comitato di Basilea, forniscono ulteriori orientamenti. Un percorso apprezzabile, certamente importante nella gestione di questi anni per evitare le azioni individuali nazionali che caratterizzarono crisi precedenti. Non sempre i paralleli organismi statunitensi assumono comportamenti coesi con questi. A completamento, le diverse configurazioni dei G (7-8-10-20) forniscono ormai sistematicamente proposte e proponimenti. L'ECOFIN completa il quadro con ulteriori modalit&agrave; di coordinamento non sempre in linea con le condotte del Parlamento Europeo e della Commissione. Commentare la mole dei documenti &egrave; proponimento complesso che fornisce a molti l'occasione di vedere riconosciute proprie intuizioni intellettuali e operative. Schematizzando in modo forse poco ortodosso, taluni parlano per il futuro di uno schema 2x2 quale logica europea del futuro, con due coppie di Authorities una monetaria (BCE) ed una finanziaria (forse EFA European Financial Authority) replicate a livello statale nei singoli Paesi. Al momento la struttura &egrave; asimmetrica, con la prima componente operativa dal giugno 1999 e la seconda esistente solo al livello dei citati Committee. La scelta politica della Autorit&agrave; Unica appare prevalente, ma in questa sede merita approfondimento il concetto della specializzazione operativa delle divisioni che la compongono, le quali se possono rispondere ad un unico disegno di strategia, debbono avere una profonda organizzazione tecnica. Si potrebbe pensare ad un meccanismo di governante dualistico con un Comitato di Sorveglianza dedito al primo compito ed un Consiglio di Gestione dedicato alla seconda. Il rischio al momento &egrave; quello della distonia fra soluzione comunitaria (unica con BCE e EFA) e soluzioni nazionali (prevalentemente multiple anche per ragioni interne di distribuzione). Resta, non da valutare, ma da decidere se mantenere l&rsquo;impostazione ripartita per mercati dell&rsquo;offerta tecnico-giuridica, oppure se per mercato di destinazione (ormai riconosciuto come unico). Due opinioni finali su valutazioni tecniche. La prima &egrave; che si trascuri una scelta di lungo orizzonte per logiche di pi&ugrave; breve periodo, in ci&ograve; supportati (purtroppo) dalle esigenze di soluzione intra- e post-crisi contingenti. La seconda &egrave; una riflessine sul concetto di accountability, tema molto esposto in ogni progetto, ma che sottende nella sua definizione una esigenza di riferire e rendicontare a qualcun altro che lede il principio della autonomia insita nella natura di un&rsquo;Authority.</p>
    Giuseppe Guglielmo Santorsola | 19.07.2010 | Economia | Articoli
  • Un nuovo CCT (EU) adatto agli anni '10

    <p>&nbsp;I CCT hanno costituito dal 1977 uno strumento idoneo per la familiarizzazione del risparmiatore con l'indicizzazione dei rendimenti finanziari. Furono allora novit&agrave; rilevante generata dal contributo tecnico e scientifico di Paolo Baffi, Direttore Generale di Banca d'Italia. La discriminante era l'aggancio all'andamento dei tassi di mercato senza connessione con l'andamento dei prezzi (a cui si agganciano i CTR, presto scomparsi nonostante autorevoli pareri favorevoli). Il vincolo ai BOT consentiva di controllare i tassi tramite le aste senza &quot;cedere&quot; all'inflazione, lo spread forniva un vantaggio di rendimento che si &egrave; posizionato sul 10% (da 1% a 0,15 sulla cedola semestrale con rendimenti dei BOT tra il 20 ed il 3%) e, infine, il risparmiatore e l'investitore potevano scegliere tra tasso fisso e prezzo variabile (BTP) e tasso indicizzato e prezzo stabile (CCT). Gli ultimi 18 mesi hanno messo in crisi la soluzione, nonostante il crescere del peso percentuale dello spread (0,15% semestrale sullo 0,50% annuo), inidoneo sia come premi rispetto alla liquidit&agrave; disponibile sia quale incentivo rispetto al BTP a pi&ugrave; lunga scadenza. Le sottoscrizioni e le negoziazioni sono calate motivando la riqualiicazione del prodotto attraverso la creazione del CCTeu. L'interesse dei risparmiatori e investitori anche esteri era fortemente in calo.</p> <p>I prezzi esprimevano offerta sistematica rispetto alla domanda ordinaria. Troppa debolezza rispetto a un fabbisogno di indebitamento crescente. I CCT attualmente in circolazione saranno sostituiti dalla nuova classe di titoli con cedole semestrali indicizzate all'Euribor 6 mesi (e non pi&ugrave; al Bot6m), di norma, con una scadenza di 7 anni, con riserva di altre durate in base a preferenze di mercato. L'acclimatamento &egrave; previsto attraverso sindacati di collocamento, con l'obiettivo di aste stabili di fine mese. Per quote limitate gli investitori che detengono i vecchi CCT in portafoglio hanno la possibilit&agrave; di concambiarli con i CCTeu. In seguito, sono previste altre formule per gli specialisti per scambiare vecchi contro nuovi titoli, cos&igrave; come operazioni a garanzia della liquidabilit&agrave; dei vecchi CCT e sostegni di mercato da parte dei market maker.</p> <p>Il comparto dei CCT ha reagito bene alla novit&agrave;, tutte le scadenze hanno registrato aumenti mediamente di mezzo punto, anche se la reazione pi&ugrave; pronta &egrave; ovviamente quella degli operatori istituzionali e non del retail. Il CCT marzo 2007, quello attualmente utilizzato come benchmark del comparto presenta un rialzo di circa 50 pb, dopo minimi in piena crisi greca di quasi due punti inferiori. Un rimbalzo fin troppo espressivo di un consenso attualizzando i tassi correnti. Il nuovo CCTeu (godimento 15.06 e spread aggiuntivo 80bp) &egrave; un'emissione complessiva di 5 miliardi di euro (di cui 1 per concambio) prezzo base a 99,883 e rendimento immediato pari a 82 punti base sull'euribor6m. Hanno aderito oltre 170 investitori per una domanda di quasi 5,6 miliardi di euro, dati da tempo non rilevanti sul comparto.</p> <p>Quasi met&agrave; del totale &egrave; stata assegnata alle banche, mentre gli asset manager ed i fondi d'investimento sono aggiudicatari di circa il 30%. Il collocamento &egrave; stato caratterizzato da una distribuzione con un'ampia presenza di investitori domestici (75%). La presenza estera &egrave; stata significativa sia per qualit&agrave; che composizione diversificata. Un quadro quasi anomalo per una assoluta novit&agrave; tecnica. Anche la tranche emessa in concambio ha evidenziato una domanda pari a oltre 1,7 miliardi con la partecipazione di quasi 30 investitori.&nbsp;</p> <p>Troppo presto per giudizi di merito ma si conferma che il mercato aveva bisogno di una novit&agrave;. I prossimi mesi diranno se il CCTeu attrarr&agrave; il costante interesse del retail, oppure se - in linea con gli altri paesi - i nuovi strumenti si indirizzeranno stabilmente verso operazioni istituzionali.</p>
    Giuseppe Guglielmo Santorsola | 09.07.2010 | Finanza | Articoli
  • Non guastiamo (confondiamo) gli ETF!

    <p>&nbsp;Gli Exchange Traded Funds svolgono un ruolo importante nel segmento degli strumenti finanziari. Sono fondi comuni quotati in un mercato. Di fatto la loro struttura &egrave; utile sia per investitori istituzionali (che li inseriscono in loro fondi o gestioni) sia &nbsp;per investitori privati (che li acquistano direttamente). In Italia essi sono stati introdotti nel 2002 quale offerta ai risparmiatori che replica indici e mercati con atti di gestione passiva e quindi con bassi costi e forte semplicit&agrave; di comprensione. I cosiddetti ETF &ldquo;a replica fisica&rdquo;. In realt&agrave;, lo strumento ha una sua potenzialit&agrave; molto pi&ugrave; ampia che prevede logiche di gestione campionarie, swap based, leveraged e short. Tutte queste soluzioni non sono coerenti con l&rsquo;investitore cassettista originariamente sollecitato. Si tratta di soluzioni pi&ugrave; sofisticate, pi&ugrave; costose nella gestione (e quindi anche nella sottoscrizione) che vanno sorpassando nel numero e nella presenza commerciale il prodotto tradizionale. Ormai registriamo circa 500 alternative, il che confonde ogni tentativo di confronto, oltre ad alterare la percezione maturata dai sottoscrittori della prima ora!</p> In definitiva, prosegue una vita difficile per questo strumento che &egrave; inizialmente stato osteggiato da molti distributori bancari nella sua commercializzazione a causa dei bassi costi per i clienti e quindi dei bassi ricavi ottenibili rispetto a g.p.m. e fondi comuni. I nuovi prodotti consentono margini migliori ma &ldquo;tradiscono&rdquo; lo spirito di semplicit&agrave;, comprensibilit&agrave; e linearit&agrave; originario.&nbsp; Il mercato si amplia, ma cambia profilo e sarebbe opportuno segmentarlo, distinguendo ETF &ldquo;vanilla&rdquo; quotati, dedicati al retail e con bassa quota d&rsquo;entrata &nbsp;e quelli &ldquo;strutturati&rdquo;, sempre quotati, destinati a gestori e magari con livelli d&rsquo;ingresso pi&ugrave; wholesale (fund&rsquo;s ETF?). In particolare gli ETF swap-based introducono un rischio di controparte incoerente con la logica che aveva attratto il risparmiatore e che ne riduce la differenza rispetto ai certificati su indici proposti da specifici intermediari market maker, con conseguente rischio di emittente.&nbsp; L&rsquo;area di attrazione degli ETF &egrave; costituita dalla naturale aderenza ai benchmark che essi propongono. In altri termini si sa cosa si compra e si verifica facilmente quanto si realizza come risultato. Ci&ograve; tende a non sussistere nei prodotti strutturati. Ulteriormente, le strategie degli ETF semplici sono inesistenti o di pura replica. Quelle degli ETF con leva o di short selling sono invece molto sofisticate, apparendo magari accattivanti in queste settimane di volatilit&agrave; e di ribasso, quali propulsori di risultati in controtendenza.&nbsp; Complesse valutazioni matematiche, noiose in questo contesto, evidenziano come formule sintetiche non possono replicare nel tempo i valori degli indici di riferimento quanto sovra o sotto-performare a seconda della discontinuit&agrave; degli indici stessi. Tutto bene per gestori ed investitori che intendono lavorare sul rischio, meno per coloro che intendono proteggersi. In termini tecnici gli ETF oggi pi&ugrave; offerti completano portafogli in una logica core/satellite, mentre quelli originari si riconducono alla strategia core. Anche in tal senso si realizza ulteriore allontanamento dall&rsquo;originario obiettivo di mercato. Resta ovviamente veritiero che gli ETF di ultima generazione costituiscono uno strumento ottimale per la composizione di portafogli diversificati e coperti. Siamo ancora nell&rsquo;ambito delle abilit&agrave; gestorie giustamente remunerabili e non in quelle di servizi low-cost. Una possibile soluzione negativa potrebbe essere il declino degli ETF per il retail nella combinazione viziosa tra ritrosia delle banche a distribuirli ed inadeguatezza rispetto al rischio per i sottoscrittori. Occasione persa perch&eacute; &ndash; sotto un profilo non solo teorico &ndash; si tratta dell&rsquo;investimento migliore per il risparmiatore pi&ugrave; tranquillo e bisognoso di improvvise vendite per recupero della liquidit&agrave; e cio&egrave; in parte per tutti noi. &nbsp;
    Giuseppe Guglielmo Santorsola | 18.06.2010 | Finanza | Articoli
  • Il finto fondo (immobiliare)

    <p style="text-align: justify; ">L'art. 32 del decreto del 26 maggio regola la riorganizzazione della disciplina fiscale dei fondi immobiliari. Il capoverso motiva la modifica &quot;a seguito dei controlli effettuati&quot;. Si pu&ograve; affermare che si tratti di un ripensamento circa una precedente distorsione del concetto di fondo &quot;comune&quot; e di &quot;organismo collettivo&quot; di investimento. Un vero fondo comune raccoglie denaro da pi&ugrave; soggetti e lo investe su pi&ugrave; immobili, scelti secondo strategie di asset allocation e gestiti secondo combinazioni di rischio-rendimento.</p> <p style="text-align: justify; ">Diverso &egrave; quando il soggetto conferente &egrave; unico (o sono pochissimi) e/o quando i beni oggetto del portafoglio sono predeterminati, conferiti dagli stessi investitori e non oggetto di una gestione anche non dinamica. Il problema &egrave; di sostanza e non de jure.&nbsp;</p> <p style="text-align: justify; ">Due persone sono una pluralit&agrave; e non vi &egrave; obbligo economico a movimentare il portafoglio. Peraltro, il veicolo fondo, con la sua fiscalit&agrave; previgente, consentiva di assolvere con il 12,5% sul rendimento la tassazione a suo carico, altrimenti oggetto di aliquote progressive. Resta invece il mancato rispetto di un principio sostanziale dei fondi e cio&egrave; l'autonomia rispetto ai conferenti nel mantenimento di una gestione congrua con i loro interessi.</p> <p style="text-align: justify; ">La soluzione oggi modificata non appariva congrua, anche perch&egrave; non disponibile per tutte le propriet&agrave; immobiliari, quanto applicabile solo con livelli di break-even superiori alla doppia cifra dei milioni di euro.&nbsp;</p> <p style="text-align: justify; ">Uno dei motivi originati era quello di favorire l'emersione di proprier&agrave; immobiliari non censite n&egrave; tassate. Ci&ograve; non &egrave; accaduto, tanto &egrave; vero che lo stesso decreto provvede con altri strumenti al riguardo. Per contro, soggetti con redditi e rendita immobiliare gi&agrave; trasparenti, e per questo alti, hanno utilizzato l'opportunit&agrave; per abbassare la pressione fiscale, trascinare la propriet&agrave; su persone giuridiche ed attenuare la evidenza complessiva della situazione patrimoniale.</p> <p style="text-align: justify; ">In altri termini, un'azione elusiva con platea di utilizzo crescente alimentante anche un mini-mercato delle SGR, sostegno giuridico indispensabile alla operazione.</p> <p style="text-align: justify; ">Ulteriore elemento di interesse qui non trattato &egrave; il futuro processo di trasformazione o liquidazione dei fondi che non corrispondano ai principi di pluralit&agrave; ricordati in premessa. Unico elemento da sottolineare in queste note &egrave; ovviamente il prelievo fiscale previsto al momento della modificazione statutaria o della chiusura. In altra ottica &egrave; invece utile dibattere sulla tassazione migliore in prospettiva per gli immobili. E' evidente la crescita della pressione negli ultimi trenta anni, testimonianza di un settore ampio, spesso e profondo nel suo radicamento.&nbsp;</p> <p style="text-align: justify; ">Altrettanto marcato &egrave; l'utilizzo dello strumento fiscale per favorire il settore negli ultimi anni con attenuazione delle aliquote di tassazione indiretta al verificarsi di fattispecie conseguibili anche in questo caso con comportamenti elusivi diffusi sia in fase di acquisto che di finanziamento immobiliare. Il principio in essere &egrave; quello di una estrazione della rendita immobiliare da quella della persona, secondo un principio largamente condiviso.&nbsp;</p> <p style="text-align: justify; ">Il provvedimento qui commentato non completa peraltro la revisione della materia in quanto restano perplessit&agrave; circa funzione e ruolo delle SIIQ e soprattutto delle SIInQ, veicoli altrettanto utili a realizzare schermi funzionali alla separatezza dei cespiti immobiliari rispetto a situazioni personali.</p> <p style="text-align: justify; ">Resta peraltro l'evidenza che queste sono societ&agrave; e non fondi comuni, ma il loro profilo fiscale resta indifferenziato. Probabilmente sar&agrave; opportuno agganciare le modifiche al TUF alla normativa delle societ&agrave; immobiliari, le quali in assenza di contromisure, potrebbero comunque mantenere il regime previsto per i fondi comuni immobiliari &quot;puri&quot; trattati correttamente come risparmio gestito collettivo. Il riscontro statistico dimostra ampiamente che tali soluzioni favoriscono la trasformazione dei regimi proprietari preesistenti e non attivit&agrave; edilizie propulsive di ripresa economica.</p>
    Giuseppe Guglielmo Santorsola | 07.06.2010 | Mercato Immobiliare | Articoli
  • LA PROFESSIONE CORTESE

    <p style="text-align: justify; ">Nelle situazioni di mercato difficile si &egrave; spesso criticata l'opera del promotore finanziario. I successi quantitativi nel periodo 1984/86 e 1998/2000 erano stati seguiti da preoccupanti riscatti, abbandoni della professione e disattenzione verso il cliente deluso. Gi&agrave; nella crisi del 2002, ma, soprattutto, in quella attuale, al contrario, la figura professionale esce mediamente accresciuta nella quota di mercato e non troppo diminuita nel numero. Peraltro, il mestiere non solletica pi&ugrave; i grandi numeri di candidati all'Albo, ma consolida invece l'attivit&agrave; di chi gi&agrave; opera o decide di attivarsi per convinzione e non per attese di reddito facile e rapido.</p> <p style="text-align: justify; ">Tre indicazioni sostanziali meritano rilievo: la diminuzione del turn-over degli iscritti all'Albo, la miglior tenuta dei patrimoni gestiti e la miglior gestione del cliente nelle fasi di panico dei mercati.</p> <p style="text-align: justify; ">A 25 anni dalla sua prima robusta regolamentazione (Consob 10/7/1985) il segmento individua un suo posizionamento non marginale e funzionale nel perimetro dell'intermediazione finanziaria. In un contesto in cui la consulenza fatica a trovare definizione univoca, spazio e normativa secondaria, il brokeraggio resta marginale e la professione assicurativa stenta a farsi riconoscere professionalmente oltre la cortina delle polizze, il promotore riscontra non tanto accettazione di ruolo quanto effettivi risultati di raccolta lorda e netta e quota di mercato. Vittoria per debolezza dei competitori oppure crescita propria effettiva?</p> <p style="text-align: justify; ">Altro rilievo &egrave; il fatto che alcune banche/sim operanti con promotori finanziari registrano risultati taluni eccellenti (utili fin quadrupli) ed altri in miglioramento nel 2009, nella soddisfazione dei clienti che mantengono i loro portafogli in gestione anche quando in calo di valore.</p> <p style="text-align: justify; ">Anche il profilo dei comportamenti disciplinari appare valutabile con apprezzamento. La delinquenza di settore &egrave; bassa (secondo i riscontri della vigilanza Consob), inferiore alla media di altre professioni. Le sanzioni toccano meno dell'1% degli iscritti dall'introduzione dei Regolamenti attuativi della MiFID.</p> <p style="text-align: justify; ">La raccolta netta &egrave; nel complesso sempre positiva, scontando un abbondante ricorso al rimescolamento del portafoglio (switch) ed una minore quantit&agrave; di nuova raccolta (d'altro canto vincolata alla creazione anche di nuovo risparmio, difficile negli ultimi due anni). Punti deboli ed aree critiche? In apparenza, la diminuzione del reddito medio degli operatori (che significa peraltro anche minori costi per i clienti), il rigore burocratico di compliace del metodo di lavoro, che pu&ograve; inficiare le abilit&agrave; commerciali, il ridotto saggio di nuovi ingressi e la crescente funzione addestrativa e motivazionale della formazione. Pi&ugrave; sostanzialmente preoccupano il noto mal di budget (peccato originario, trasmesso nel tempo ai bancari, ma sempre presente nelle strutture organizzative pi&ugrave; verticali) e la propensione frequente a cercare sistematicamente la trasformazione delle informazioni in stimoli commerciali, sottacendo talvolta quelle che comporterebbero impiccio nella vendita.&nbsp;</p> <p style="text-align: justify; ">La tenuta della relazione di clientela &egrave; largamente affidata alle &quot;coccole&quot;, strumento a tutti noi caro per la gestione migliore di molti rapporti umani e cio&egrave; il saper esserci senza chiamata nel momento in cui l'altro ha bisogno, senza che la sua ricerca del contatto ne alimenti il panico. Il risparmiatore &egrave; fragile, molti di coloro che si credono investitori non sono tali davanti allo shape negativo del rischio e gli speculatori non hanno bisogno del promotore o del consulente (o meglio cos&igrave; credono).&nbsp;</p> <p style="text-align: justify; ">Restano da risolvere i dissidi logico-organizzativi fra consulenza e promozione, la gestione dei troppi iscritti all'Albo non operativi, ma di fatto titolari del requisito anche se non dei mandati e la riduzione del meccanismo piramidale, laddove esiste in termini monetari e non in termini di creazione di valore, crescita e stabilit&agrave; per i singoli collaboratori.</p>
    Giuseppe Guglielmo Santorsola | 24.05.2010 | Finanza | Articoli
  • I rischi nascosti dei prodotti finanziari: Etf short

    <p>... e invece &egrave; una leggenda, perch&egrave; tra le clausole di alcuni di questi strumenti, in quei paragrafini che solitamente scrive una formichina con le zampette intinte nell'inchiostro, pu&ograve; apparire una clausolina con un nome tanto altisonante quanto oscuro: &quot;path dependency&quot;.&nbsp;<br /> <br /> Che diavolo &egrave;? &egrave; presto detto! Facciamo un passo indietro e chiariamo il concetto di ETF.<br /> <br /> Un ETF &egrave; un fondo aperto (significa che chiunque pu&ograve; entrare in qualsiasi momento senza bisogno che qualcuno gli venda le proprie quote), quotato (quindi accessibile direttamente da chiunque senza bisogno di rivolgersi ad una banca, basta avere un conto di trading e un accesso al mercato) e a gestione passiva.<br /> <br /> La gestione passiva significa banalissimamente che il gestore del fondo non deve essere un bravo analista, poich&egrave; non deve assolutamente battere il mercato di riferimento (il cosiddetto benchmark), &quot;prelevando&quot; dal mercato stesso i titoli che sovraperformeranno il mercato stesso, bens&igrave; soltanto replicarlo, in misura il pi&ugrave; fedele possibile.<br /> <br /> Se quindi l'indice FTSE Mib cresce di un 1%, l'ETF collegato a tale indice, nello stesso lasso di tempo, si limiter&agrave; a crescere dell'1%, senza cercare di fare meglio, perch&egrave; il suo obiettivo &egrave; esattamente replicare l'indice a cui &egrave; riferito.<br /> <br /> Ebbene, come un ETF long (long &egrave; il termine di matrice americana che viene comunemente utilizzato per in dicare una posizione al rialzo, ndr) cerca di replicare le variazioni positive del bene a cui &egrave; riferito, allo stesso modo un ETF short (short &egrave; il termine che indica una posizione al ribasso, ossia una posizione che cerca di guadagnare dalla discesa di un qualcosa anzich&egrave; dalla sua salita) cercher&agrave; di replicare in positivo le variazioni negative del bene a cui &egrave; riferito.<br /> <br /> &nbsp; E veniamo finalmente a spiegare cosa sia questa fantomatica &quot;path dependency&quot;. Letteralmente, &quot;path dependency&quot; significa &quot;dipendenza dal percorso&quot;, e tradotto in questo caso significa che la performance dell'ETF short dipender&agrave; dal percorso seguito dal bene a cui esso &egrave; riferito, quanto a dire che se da un lato dovrebbe replicare la performance di un certo bene, in realt&agrave; non &egrave; detto che ci riuscir&agrave;, poich&egrave; se anche il prezzo del bene di riferimento dovesse scendere, non &egrave; detto che l'ETF si apprezzer&agrave;!<br /> <br /> Vi sembra strano? In effetti &egrave; proprio cos&igrave; e il problema diventer&agrave; chiaro con un semplice esempio.<br /> <br /> Prendiamo un sottostante che al tempo 0 quota 100, al tempo 1 quota 110 (+10%) e al tempo 2 quota 99 (-10% dal primo +10%).<br /> <br /> Un etf long in una simile situazione dovrebbe quotare (a meno di approssimazioni - minime si spera - che comunque possono esservi) prima 100, poi 110, poi 99, esattamente come il sottostante. Quindi il possessore di questo etf long al tempo 2 si troverebbe (correttamente) a -1% rispetto al prezzo iniziale.<br /> <br /> &nbsp; Il corrispondente etf short dovrebbe valere 100 al tempo 0, 90 al tempo 1 (se &egrave; short, a fronte di un +10% del sottostante dovrebbe fare -10%, almeno in teoria...); al tempo 2 vale per&ograve; 99 (90 + il 10%), esattamente come il sottostante, peccato per&ograve; che cos&igrave; il possessore si trovi a -1% a fronte di una corretta aspettativa di discesa del sottostante.... l'etf in questo caso dovrebbe valere 101!!!<br /> <br /> E invece no: quota proprio 99. Quindi a fronte di una corretta aspettativa di discesa di un bene, un investimento al ribasso comporta comunque una perdita.<br /> <br /> Un problema senza soluzione? In effetti no, perch&egrave; gli ETF possono essere sia comprati che venduti allo scoperto, quindi a fronte di una aspettativa ribassista non conviene affatto comprare un ETF short, bens&igrave; aprire una posizione di vendita allo scoperto di un ETF long... L'ETF long infatti replicher&agrave; sempre (a meno di piccoli, naturali, scostamenti) il comportamento del sottostante, dando quindi il giusto profitto, se venduto allo scoperto, a chi aveva, correttamente, aspettative ribassiste.<br /> &nbsp;</p>
    Domenico Dall'Olio | 17.05.2010 | Risk Management | Articoli
  • Clienti-Sportelli tanta confusione

    <p style="text-align: justify; ">Il dipendente bancario assume un ruolo crescente e centrale nelle dinamiche competitive del settore. Le strutture organizzative sono sempre pi&ugrave; orizzontali, le scale gerarchiche, soprattutto nelle unit&agrave; periferiche, sono molto semplificate e il contatto con la clientela richiesto a gran parte dei collaboratori con responsabilit&agrave; comunicazionali (ancorch&egrave; non decisionali) verso gli utenti.&nbsp;</p> <p style="text-align: justify; ">La suddetta relazione con la clientela &egrave; focalizzata sul raggiungimento di obiettivi che vengono assegnati invertendo alcune logiche del processo di budgeting (come imposizione e non come schema di controllo e di confronto) e che influenzano comportamenti e motivazioni del personale.&nbsp;</p> <p style="text-align: justify; ">A livello collettivo e individuale sono sorti problemi complessi in ragione della posizione di frontiera di questi dipendenti nei confronti del pubblico, quando gli strumenti e i servizi venduti e collocati non hanno prodotto risultati soddisfacenti.</p> <p style="text-align: justify; ">Nell'ultimo decennio numerosi accadimenti hanno impattato sui temi in oggetto:</p> <p style="text-align: justify; "><b>a)</b> alcuni profili salariali, non solo residuali, sono stati collegati con risultati quantitativi e non solo contabili e ci&ograve; sia per l'aspetto retributivo (come il premio di produttivit&agrave; e l'assegnazione di somme e premi in ragione di risultati e contest) sia per l'aspetto delle dinamiche di carriera (ormai pi&ugrave; legate alla remunerazione che alla progressione nell'inquadramento);</p> <p style="text-align: justify; "><b>b)</b> le direzioni centrali e soprattutto quelle periferiche hanno spinto verso il conseguimento di risultati, forzando talvolta rispetto ai contenuti specifici di alcuni prodotti e servizi e sviluppando attivit&agrave; pi&ugrave; orientate all'addestramento commerciale che alla formazione dei collaboratori;</p> <p style="text-align: justify; "><b>c)</b> la maggior parte degli obiettivi individuali e di sportello si &egrave; posizionata nel breve termine, con impatti quasi sistematicamente negativi nel lungo orizzonte; ci&ograve; confligge con la natura e la tradizione della carriera bancaria;</p> <p style="text-align: justify; "><b>d) </b>questa inversione &egrave; avvenuta verso la fine del decennio precedente, quando vi era una favorevole condizione congiunturale ed &egrave; giunta in fase critica quando i mercati non hanno pi&ugrave; risposto favolevolmente alle attese connesse con le policies adottate.</p> <p style="text-align: justify; ">Alcuni rilievi quantitativi e qualitativi suggeriscono attenzione in merito al problema. Le banche hanno imposto a numerosi dipendenti il conseguimento della qualifica di promotore finanziario, raggiunta la quale non altro peraltro spesso conferito il mandato, deludendo attese e motivazioni e di fatto disperdendo oneri e risorse.</p> <p style="text-align: justify; ">L'orientamento organizzativo dei punti di vendita si &egrave; fortemente indirizzato verso prodotti e servizi finanziari unitaylored rispetto al cliente che, nel frattempo, sempre pi&ugrave; raramente si recava allo sportello; in tal modo si &egrave; reso necessario un contatto &quot;tele-gestito&quot; non sempre idoneo alla relazione bancaria.</p> <p style="text-align: justify; ">E' stato facile percepire per tutti un complesso conflitto di interessi dei gruppi bancari rispetto ai prodotti e ai servizi venduti. quest'ultimo vocabolo ha assunto un peso dominante rispetto a quelli quali &quot;Promozione&quot;, &quot;Consulenza&quot; e &quot;Orientamento al Cliente&quot;. Peraltro molte assegnazioni aziendali dei ruoli sono incoerenti rispetto ai compiti svolti. Molti promotori non fanno i promotori e numerosi venditori non hanno la qualifica di promotori. La denominazione di &quot;consulente&quot; &egrave; utilizzata con coerenza rispetto ai contenuti normativi della posizione e ne opacizza la qualit&agrave; intrinseca.&nbsp;</p> <p style="text-align: justify; ">Altrettanto spesso il direttore non dirige ma esegue un disegno impostato a livello di aree e di servizi e, frequentemente, secondo un disegno organizzativo matriciale che incrementa i livelli di audit e di dipendenza incrociata.</p> <p style="text-align: justify; ">Il cliente, forse erroneamente, attende sempre un risultato fortemente positivo e negli ultimi anni ci&ograve; &egrave; mancato per la prima volta dal dopoguerra per tutto un decennio in assenza di fasi di boom. Questo riscontro statistico non pu&ograve; essere sottaciuto per spiegare la crescente delusione e il disappunto.</p>
    Giuseppe Guglielmo Santorsola | 14.05.2010 | Banche | Articoli
  • Le rinnovabili tirano l'energia

    In base al rapporto di Ernst & Young, dal titolo "Renewable energy country attractiveness indices", al primo posto per gli investimenti ci sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Cina, che ha scavalcato la Germania per la prima volta nei sei anni di storia dell'indagine. La graduatoria viene stilata in base all'attrattività per gli investimenti in energie rinnovabili, come eolico e solare. Andrea Paliani, partner E&Y settore Energy, sottolinea l'ascesa della Cina, che "raddoppierà il target nella produzione di energie rinnovabili entro il 2020, raggiungendo il 10% del totale". In crescita anche Giappone, Brasile ed Europa dell'Est. Secondo Paliani, sebbene a Copenaghen non si sia giunti ad un accordo vincolante sulla riduzione delle emissioni, le aziende dovrebbero essere "lungimiranti e reattive" e non limitarsi "a guardare policy e normative sul climate change come un aspetto/costo di compliance". Fra società di consulenza, finanza di progetto, fusioni e acquisizioni e aziende, al richiesta di esperti è buona. "Si sta aprendo un terreno nuovo per il project financing con investimenti nel personale da parte di banche e corporate, anche per profili come il credit analyst. Abbiamo inserito vari credit analyst nel corporate e persone provenienti dal project financing", spiega Alessandro Testa di Hays Finance & Banking.
    Alessandra Tocco | 30.04.2010 | Finanza | Articoli